“Allora immaginiamo di parlare con un fan dell'omeopatia...”
Mmmh. “Un fan dell'omeopatia”. Come se fosse una tendenza, una trasmissione televisiva o un movimento politico. Insomma, il tono sarcastico del dott. Ben Goldacre è vagamente fastidioso. Mi ha sempre dato un po' sui nervi l'atteggiamento di chi si mette in cattedra e guarda pietisticamente gli altri come fossero solo degli ingenuotti e creduloni.
Fatto sta che l'articolo di Goldacre pubblicato sulla rivista Vanity Fair di questa settimana (copertina n. 3, del 23/01/08. E grazie ancora a chi di voi me lo ha prontamente segnalato) me lo sono comunque letto tutto, almeno un paio di volte e quindi - penna in mano per quando voglio annotare osservazioni interessanti o punti interrogativi - con molta attenzione. Ben Goldacre, oltre ad essere un medico e ricercatore inglese, è anche una delle penne castigatrici attualmente più note nell'ambiente. Lo scorso novembre scrisse un duro attacco alla medicina omeopatica, pubblicato sulla nota rivista scientifica inglese “The Lancet”, che suscitò non poche polemiche (a questo indirizzo http://abeonaforum.wordpress.com/2007/11/28/ben-goldacre-vs-homoeopathy/ trovate un suo editoriale che scrisse a questo proposito). Inoltre cura, per il quotidiano inglese “The Guardian” una rubrica settimanale il cui nome “Bad Science” spiega bene da sè dove gli editoriali del dott Ben intendono arrivare.
Inizia dicendo “non sono un parruccone della vecchia medicina, non sono un conservatore”, ma nemmeno “un superesperto”. Mah. Proviamo a credergli e andiamo avanti nella lettura.
“La medicina vera – quella bella, elegante, intelligente e, soprattutto, importante - dice Goldacre – è basata sulle prove scientifiche”. Tutto ciò che invece non può fare riferimento a prove di questo tipo, non è affatto medicina. E non è bello, non è elegante, non è intelligente, non è importante.
Questa è la sua tesi fondamentale, alla quale aggiunge altre argomentazioni: il presunto potere curativo dell'omeopatia è in realtà dovuto solo all'effetto placebo che questo tipo di cure dovrebbe indurre nei pazienti. E poi anche la statistica, nello specifico il concetto di “regressione verso la media”, farà spesso la sua parte a vantaggio dell'omeopatia (per intenderci e banalizzare: se nell'arco di 12 mesi sono stata 6 mesi molto bene e 6 mesi molto male, in media sono stata benino). Ma allora è un concetto che può essere applicato a qualunque fenomeno, scientifico o meno che sia. O mi sbaglio?
Ma per fortuna, dice Goldacre, esistono i test che, a suo dire, si possono fare da sempre su tutto (ma no dottore, che dice? Sui metodi di insegnamento no: dietro e di fronte ai metodi di insegnamento ci sono persone differenti, non modelli né tipologie ideali). I rimedi omeopatici sarebbero quindi basati su test che gettano fumo negli occhi; test da lui definiti “fasulli” e che, di fronte ad eventuali evidenze, gli stessi medici omeopatici non sono capaci di criticare e denunciare. E poi, in ambito omeopatico, pare che esista un “pregiudizio di pubblicazione” particolarmente accentuato, in base al quale vengono resi noti soltanto i risultati positivi delle ricerche e dei test.
Ad essere onesta, Goldacre insinua dubbi anche intelligenti e argomenta ogni affermazione a ritmo sostenuto, ma arriva persino a sostenere che non è affatto vero che in omeopatia non esistono effetti collaterali: è molto dannoso, secondo Goldacre, illudere un paziente che un granulo possa curarlo da disturbi (come lo stress lavorativo, le astenie poco spiegabili, i mal di schiena..) che in realtà la medicina non può curare e indurlo così a “rafforzare credenze distruttive sulla malattia” (questa affermazione, vi confesso, mi è parsa molto poco chiara).
E' molto forzato, secondo me, utilizzare il termine “effetto collaterale” per indicare l'eventualità di questo tipo di carenza della medicina omeopatica. Un'ulcera gastrica e un'illusione non sono proprio la stessa cosa.
Insomma, leggetelo se ne avete modo. Ma appena avete finito di farlo, sfogliate il giornale a ritroso e andate a tirare un sospiro di sollievo a pag. 16, nella Rubrica Barbarica e sempre intelligente di Daria Bignardi, che così commenta e titola il suo editoriale: “Ma chi se ne frega se l'effetto è placebo?”. Che in effetti, vi confesso, è una domanda che non mi era ancora saltata in testa e che mi tengo in caldo. Anche perchè, argomenta la Bignardi, il solo e semplice fatto che qualcuno ci abbia fatto capire che in molti casi il nostro corpo possa farcelo da solo, senza chimica esterna, mi pare già una buona conquista. Ma l'articolo sa ben attaccare anche altre argomentazioni di Ben Goldacre.
E in fondo, almeno per il pubblico dei pazienti, la maggior parte delle opinioni sulla questione si basano sull'esperienza personale dei rimedi utilizzati (mi ha fatto bene/mi ha fatto stare male...), più che sulle pubblicazioni scientifiche.
Quindi a voi la parola. E tutto lo spazio che volete.
22 / 01 / 2008