E' ben più complesso del semplice dire:
Quando, nel primo post, vi ho raccontato – un po' autoreferenzialmente, ma dài, nemmeno troppo - quanto mi abbia colpito l'atteggiamento del primo medico omeopata che ho voluto incontrare, con quelle sue domande nuove e approfondite, quell'assenza di fretta nel conoscermi, spero di non avervi fatto incorrere in un equivoco. Ho infatti un dubbio in proposito: non vorrei che abbiate pensato che il mio entusiasmo fosse dovuto al fatto, seppure fortunato e ad ogni modo utile (credo che possa fare bene un po' a tutti avere ogni tanto a che fare con un professionista che sa ascoltare), di essermi trovata di fronte a un medico molto bravo solo perchè “molto psicologo” e molto disponibile ad ascoltare tutte le mie piccole e banali nevrosi. Se così fosse, mi spiegherò meglio.
Un buon omeopata non ricorre soltanto a delle correlazioni del tipo squilibriopsichico-causa squilibrio fisico (ad es. ho la gastrite perchè sono troppo stressata dal lavoro, che pure - ahinoi – capita senza ombra di dubbio), ma sa percorrere sapientemente anche le relazioni in senso inverso (un disturbo fisico può infatti a sua volta generare, a lungo termine, anche alterazioni fisiche), riconducendo in ogni caso entrambi i tipi di analisi e considerazioni all'interno di una metodologia di studio del caso clinico e di osservazione del paziente che mi pare ben più ampia. Per intenderci: chiedervi “quanto e come dormi? Ti arrabbi spesso?”...et similia, è solo un passo attento e competente, che gli permette di farne altri. Sì, lo so che ora sembrerò di parte, ma banalizzerò questo post dicendo che il medico omeopata ha una specie di marcia in più: è un medico specializzato (chirurgo, pediatra, ginecologo che sia...), che è anche un po' psicologo. E che alla fine, se è in gamba, sa combinare queste due abilità in modo magistrale.
08 / 01 / 2008